(n)everlasting

overwhelmed since 1980

Italia, Parte Prima

  
Incontrare i tuoi amici all’aeroporto, capire che si è sullo stesso aereo e brindare a questo. Scoprire che posso sopravvivere a due pillole per dormire e soffrire di meno in volo. Non so se sono io ma mi sembra che ci siano sempre più turbolenze. Cosa ci è passato per la mente a noi umani, di volare, non lo capirò mai. Ma poi si atterra, si atterra sempre, e quando quelle ruote toccano il suolo ci si dimentica di tutto, anche di essere sopravvissuti. Siamo a casa.

Un pranzo a Milano, pochi euro e tanta soddisfazione. Siamo in Italia. Un viaggio in treno che rallenta l’esperienza di passare in poche ore dalla nostra casa di Brooklyn a quella di Ciampino, in mezzo alla nebbia fitta e compatta di un primo pomeriggio buio. L’Italia che ti accoglie così, con la sua bellezza narrativa e antica, familiare. Milano, Firenze. A Firenze il cuore si ferma, per l’amica di una vita. Firenze, Roma. Mia sorella che ci aspetta al binario, un altro treno, quello che lei prende ogni giorno, che prendevo anch’io. Fabio che ci aspetta alla stazione, dal lato di Briciola. I miei genitori che ci aspettano a tavola, vestita a festa, il noto tripudio di decorazioni natalizie e l’albero più bello che esista. Mia madre si scusa per aver fatto la pasta con i broccoli, chiede a tutti se è cotta. Poi c’è lo stracchino, ah lo stracchino. Mangiamo, beviamo, ridiamo. Le prime ore in Italia. Impacchettiamo regali fino a mezzanotte, con carte rimediate e angoli lasciati aperti, ma siamo cotti ed emozionati. Siamo proprio a casa.

La mattina dopo, la vigilia, si parte per Napoli. È tutta una fitta foschia anche qui come al nord, tra i campi, le colline, le valli. Dicono che sia lo smog, il caldo, la pioggia che si fa attendere. In macchina mangiamo pizza, così, per tenerci leggeri. Quando arriviamo sulla tangenziale il cuore già esplode alla vista del cemento armato che si arrampica sull’asfalto, la vita che si fa strada tra l’acciaio corroso e l’umidità. Fuorigrotta, balconi pericolanti e panni stesi. La nonna Mena ci aspetta davanti alla TV, una trasmissione di bambini e canti natalizi. È stanca e acciaccata ma insiste per prepararci un caffè e farci mangiare i Rococò. Nevrotica e lucida come è sempre stata. Al crepuscolo lasciamo Fuorigrotta, diretti verso Pozzuoli. C’è foschia anche sul golfo. È sublime. Non è poi così assurdo che c’è chi non possa vivere che qui. Arriviamo a Pozzuoli, la casa dove mia madre è cresciuta. Mia nonna Fortuna sta preparando la cena, mai visti tanti crostacei su un tavolo. Sei anni. Scatto una foto a lei, mia madre, la tavola rossa e sullo sfondo c’è un quadro, un ritratto di mio nonno, sembra quasi ci voglia essere anche lui nella foto. Nella stanza è pieno di quadri e stampe e foto che sono lì da una vita. Mia cugina Ramona dice che sono inquietanti, io e mia cugina Marianna ridiamo, perché alla sua età lo pensavamo anche noi. Soprattutto della Gioconda, che adesso non c’è più. Il ritratto del nonno lo ha fatto mio cugino Antonio, che con le mani ha imparato a fare un sacco di cose. I panettoni, per esempio, ce ne porta uno da Milano che è morbido e prelibato. Lui, Roberta e zio Procolo arrivano per salutare e vanno via, tornano domani. Spaghetti ai gamberoni, gamberetti in padella, gamberetti fritti, calamari fritti, polpo fritto, insalata di polpo, salmone, pesce bianco, friarielli, struffoli, dolci, frutta secca, i mandarini dell’orto, gli amari. Io e mia cugina Ramona che fremiamo per i regali, lei non lo sa ma io fremo perché voglio vedere la sua faccia quando aprirà il suo. Mia cugina Giorgia, tredici anni portati come sedici, per un momento, un dolcissimo momento, coccola la nonna e torna bambina. Scatto qualche foto. Ramona si esibisce in un jingle bells al flauto per guadagnarsi il diritto ad aprire i regali. Non aspettiamo la mezzanotte e scartiamo tutto. Ramona strilla e saltella incredula, Giorgia sfoggia le scarpe, i calzini e i vestiti ricevuti, tutti ricoperti di pagliette e brillantini. Dice che se li metterà ad una festa o quando andrà a Roma a ballare e che mia madre è la sua zia preferita. In TV, la TV francobollo accesa nella stanza accanto, la cantilena della santa messa. Mio zio Angelo ci fa vedere un video di Papa Francesco. Ascoltiamo tutti in silenzio per un attimo, prima di andare a dormire felici. 

Natale. Ci svegliamo all’eco delle voci di chi è già sveglio da un pezzo e andiamo su da mia zia. Nel vano delle scale, dalle finestre aperte, la luce e l’azzurro del Mediterraneo entrano cristallini. Provate a cercare una luce così altrove. Sole, cielo, balconi, mollette, panni stesi, tovaglie sbattute, mare tra i palazzi, caffè, latte caldo, biscotti, gatti arzilli. Un tepore che non è solo sulla pelle. Lascio che entri. Zio Angelo ci parla di come cambierà l’Italia e io ci credo, perché lui è l’onestà e la voglia di fare, lo è sempre stato. Mio padre intanto taglia insaccati e formaggi per un esercito ma un militare è un militare sempre, anche in pensione. Tornano i cugini, arrivano mia sorella e Fabio. Una tavola di sedici persone, senza distinzioni di età. Il cane e il gatto che si sfidano attraverso i vetri, uno fuori e uno dentro. Cibo, cibo in abbondanza, la luce è ancora calda, trapassa i vetri e ci scalda le schiene. Mangiamo, beviamo, ridiamo e ricordiamo. Alle quattro lasciamo la famiglia ancora a tavola per andare giù Pozzuoli, prima che faccia buio. Voglio farla vedere a Eddie, voglio vederla io. Scegliamo la strada più lunga perché puoi vedere il golfo ad ogni giro di curva. Dio se è bello. Di quella bellezza carica di nostalgia delle nostre parti. O forse sono io che ho nostalgia. Scattiamo foto dalle grate, non sia mai sparisse quando arriviamo al porto. Al porto a sparire sono le persone, non c’è un’anima, a parte quella derelitta di un uomo sdraiato di fianco su una panchina, come i pastori ubriachi dei presepi napoletani. C’è solo lui, delle barchette immobili che si riflettono nell’acqua rosa, e i gabbiani. Davanti, tutt’intorno, il mediterraneo. Non l’ho mai visto così immobile, così chiaro. Così azzurro. È questo che mi manca, questa visione. Scattiamo ancora qualche foto nel tentativo profano di catturare quell’immensità. Nel caso fosse l’ultima volta. Poi ci incamminiamo verso casa, tra le luminarie e le vie silenziose, per l’altra salita, quella che arriva alla Villa Avellino, perché la vista da lassù è diversa e voglio rivederla. La prima volta che ci andai era con mia madre, neanche tanti anni prima, ero già in America. Io me la sono immaginata ragazza, con chissà quali sogni. Guardiamo giù, le case, la ferrovia, il mare. Mi chiedo se anche per Eddie è così struggente. Penso che ogni scelta delle generazioni passate mi ha portato a dove sono adesso. A come sarebbe stata diversa la mia vita, se mio nonno non fosse stato chi era, se mia madre e mio padre non fossero stati chi erano. I gabbiani fanno un suono assordante, ci passano sopra la testa. Solo l’eco delle loro urla.

Santo Stefano. Tutta la famiglia va per le strade di Napoli. Sette cugini, tre zii e due cognati. Lo avevamo fatto sei anni prima, è bello farlo di nuovo, come una nuova tradizione che ci siamo inventati noi giovani. Biglietti, soldi, sfogliatelle – non esiste al mondo un sapore migliore – foto, guardarsi indietro per vedere chi si è perso, la folla, il sole, i venditori ambulanti, fermarsi a guardare il Vesuvio, il caffè, la metro, altre foto. È bello, è bello essere qui tutti insieme. Cambiati, ognuno con la sua vita, eppure una famiglia. Crescere insieme non è una cosa che puoi dimenticare, che puoi ricreare. Torniamo a casa come se non avessimo mai mangiato in vita nostra e finiamo tutto quello che ci viene messo davanti, tutto quello che era rimasto. Pasta al forno, mozzarella, ricotta, olive, pane, vino, birra, ancora dolci, ancora struffoli, ancora i mandarini dell’orto, che ti fanno faticare con tutti quei semi, ma mai sentito un sapore così. 

“Barbara, Barbara vieni qua, vieni vieni”. Nonna mi porta un passo alla volta nella camera da letto dove dormiva quando nonno era ancora vivo ma ora non più. Non amo entrare in quella stanza, mi aspetto di trovarci ancora nonno che dorme, e invece lui non c’è. Nonna ha accumulato talmente tante cose davanti alla finestra che la stanza è in perenne penombra. “Vieni che poi io mi dimentico.” Con cura apre un cassetto e solleva delle lenzuola di lino. Cinquanta ero. Un sussulto. Mi commuovo, assicurandomi che lei non lo veda. 

Andiamo via per il pomeriggio, già con la voglia di pizza per la sera. Un’altra visita a nonna Mena, che oggi vuole stare nel soggiorno. È tutta un gesticolare e un impastare di parole, così espressiva che è difficile non sorridere. Le cose di cui parla in realtà sono serie. Si deve operare e vuole sapere tutto, perché è un tipo ansioso, dice lei. Come se fosse un segreto di cui ci mette al corrente solo ora. Mia sorella cerca di tranquillizzarla, per un attimo il pensiero che potrebbe essere l’ultima volta che le accarezzo il braccio secco e già ferito dalla flebo mi sfiora, ma ho una certa fiducia nella sua capacità di sopravvivere. Ottantacinque anni, quasi ottantasei. C’è ancora tempo.
Quando arriviamo a Quarto zio Luca non possiamo neanche salutarlo perché trattiene i suoi due cani dal fare i pazzi. Mi è sempre piaciuto qui, con loro, con i cani e il giardino, sei subito a casa. Una bella casa che luccica di Natale e di Napoli. Zia ha fatto un albero solo per il Napoli, tutto azzurro e giocatori. E pensare che lei è nata a Genova, mai conosciuta una partenopea più orgogliosa. E tosta. Bella, con i suoi occhi chiari e la carnagione dorata. Anche zio ha gli occhi del mediterraneo, ma la sua pelle è trasparente come quella di nonna. Lui è pacato tanto quanto nostro padre è agitato. Vicini sembrano ancora i due ragazzini della foto della prima comunione, pantaloni corti e calzini lunghi, tra l’allegro e l’imbronciato. Mi sembra che ci sia sempre così tanto che non dicono della loro esistenza. Il pianoforte è alle nostre spalle, ricoperto di decorazioni. L’ho sempre amato, una presenza piena di grazia anche quando è in silenzio. Discutiamo di case, di gatti, di calcio e di whiskey, prima di andare via.

Quando torniamo a Pozzuoli scopriamo che le pizze sono pronte, sono state fatte in casa dalle zie perché era tutto chiuso. In quale paese esprimi il desiderio di una pizza, e ti viene fatta in casa? Solo qui a Pozzuoli. Anche questo è l’amore. Passiamo la serata a giocare a tombola con le bucce dei mandarini e pochi euro che sembrano una fortuna. Ci scambiamo foto con i cugini in giro per il paese. Loro sono troppo giovani per restare a casa. C’è chi prende in giro Roberta perché ha meno pretendenti di Giorgia. Ma lei ha tutto un mondo dentro e non si può accontentare. Lo puoi vedere che freme ancora, dietro i suoi sorrisi, un cuore grandissimo che ha preso l’abitudine a difendersi ma è lì. Noi ci diciamo tutto con pochi sguardi. Dolori, speranze. Gioie e mancanze. Abbiamo imparato che nessuno ci restituirà abbastanza tempo perso e allora parliamo con gli occhi. Anche Martina è rimasta a casa, con i suoi sogni di andare altrove, forse a Barcellona, forse chissà. Ci riuscirà, ne sono certa. Sono belle le mie cugine, fiere. Di un calore e di un’umanità innocente, incorruttibile. La vita ci ha provato ma non l’ha avuta vinta. Insieme ci facciamo foto sciocche perché con chi è famiglia si può, e ridiamo, sì se ridiamo. Siamo ancora ragazze, ancora giovani anche noi.

27 Dicembre, è il compleanno di Eddie. Eddie in questi quattro giorni ha imparato a farsi il caffè americano qui e zia glielo lascia fare perché zia è una persona eccezionale, che prende gli altri per come sono, li accoglie e si prende cura di loro con il sorriso sulle labbra. Di persone così nella vita ne ho incontrate due. È così cara da pensare ad un regalo e sì che fare un regalo a Eddie è complicato. Ha pensato ad un ferma soldi, perché Eddie non usa il portafoglio. Le colazioni qui durano tanto con poco, parliamo di grattaceli. I giorni delle partenze. Non sopporto quanto diventa pesante il cuore in quelle ore, non sopporto dire addio. Non lo dico più. Ci convinciamo a vicenda che ci rivedremo, forse a Milano, forse a New York. Non ci sarà la stessa luce, il riflesso del mare, questo posto pieno di ricordi, pieno di assenze che qui sembrano esistere ancora. Lo sappiamo tutti ma siamo forti, coraggiosi, ci abbracciamo nel presente, senza passato né futuro, col sorriso sulle labbra. Un’ultima foto, quella di rito con tutti i cugini. Questa volta mettiamo in mezzo anche la nonna. Il sole dritto in faccia, gli occhi si stringono per contrastarlo. A presto, cara Napoli. 

  

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The Rocky Mountains

Let the legend begin.

  

A sense of belonging 

While paddling the low waters of Maryland this summer, I’ve been thinking that I believe in destiny. I believe you’re meant to be with certain people and in certain places. For whatever reason, they resonate with you, you feel at home and yourself with them. You are meant to get to know them, every creek and every bay, every changing color and every smell, every secret, every side. You are meant to explore these people and these places, over others. Again and again. And you commit to the exploration, because there is something meaningful in the depth of that knowledge. Because there’s a sense of belonging. 

 

Life can be so magnificent

  

Full moons. Crisp beers on a porch, familiar smiles. Sunsets and sunrises. Silver fishes jumping on the dark waters of the twilight. Nothing but the sound of seagulls over the calm waters of the dawn. Life can be so magnificent.  

Not all things are lost 

 
As I come around that path, knowing what to expect twelve years after my first visit, I am overwhelmed. I imagine a planet where all human beings have disappeared. I imagine new creatures finding this, standing still, alone in the woods. No one around to explain what it might be. A warm light still shining upon it. The most visionary vision of all. And a chill of gratitude shakes me to the core. Not all things are lost. 

Thoughts inspired by my latest visit to the Fallingwater, commissioned by the Kaufmann’s family and designed by Frank Lloyd Wright in 1935.

All kindred 



“All men are brothers, we like to say, half-wishing sometimes in secret it were not true. But perhaps it is true. And is the evolutionary line from protozoan to Spinoza any less certain? That may also be true. We are obliged, therefore, to spread the news, painful and bitter though it may be for some to hear, that all living things on earth are kindred.” 

Edward Abbey, Desert Solitaire 

Not a silence

“Not a silence so much as a great stillness – for there are few sounds: the creak of some bird in a juniper tree, an eddy of wind which passes and fades like a sigh, the ticking of the watch on my wrist – slight noises which break the sensation of absolute silence but at the same time exaggerate my sense of the surrounding, overwhelming peace. A suspension of time, a continuous present.” Desert Solitaire, Edward Abbey. 




Thirthy thousand years.

“Human beings have been making recognizable art for 30,000 years. And we’ve been, for instance, making agriculture for 10,000, which just shows you that somehow it was more important to the human evolutionary spirit to make superfluous, pretty things than it was to figure out how to regularly feed ourselves. So, you know, it’s in us.” Elizabeth Gilbert.



The greatest thing 

“The greatest thing a human soul ever does in this world is to see something, and tell what it saw in a plain way. Hundreds of people can talk for one who can think, but thousands can think for one who can see. To see clearly is poetry, prophecy, and religion, — all in one.”

John Ruskin, Modern Painters, 1856



The Cave

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“In the dream from which he’d wakened he had wandered in a cave where the child led him by the hand. Their light playing over the wet flowstone walls. Like pilgrims in a fable swallowed up and lost among the inward parts of some granitic beast. Deep stone flues where the water dripped and sang. Tolling in the silence the minutes of the earth and the hours and the days of it and the years without cease.”

The Road, Cormac McCarthy

Reba Zumberge

“Those who can truly be accounted brave are those who best know the meaning of what is sweet in life and what is terrible, and then go out, undeterred, to meet what is to come.” ― Pericles

Dream, Play, Write!

Today, make a commitment to your writing.

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Brian Marggraf, Author of Dream Brother: A Novel, Independent publishing advocate, New York City dweller

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Cono sur e coni d'ombra, tropici e topici antropici

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