Parte terza: il Nord.

by btp80


Di nuovo sull’Autostrada del Sole, questa volta siamo diretti a nord, io, Ed, mia madre e mio padre. In mattinata c’è ancora una nebbia fitta, mio padre vorrebbe sbraitare ma accanto a lui c’è Eddie e si contiene perché i suoi “cazz'” e “stronzo” li capisce anche lui. Io e mia madre mangiamo pizza prima ancora di essere usciti dal Lazio. Pizza bianca e pizza con la mortadella, quella che unge tutte le mani. Mio padre è soddisfatto almeno del poco traffico e della nostra partenza intelligente. La chiamano Autostrada del Sole per un motivo, più il giorno avanza più si illumina, a metà strada è abbagliante. Siamo pieni di bagagli, come se ci stessimo trasferendo per sempre. Carichi e stretti ma contenti. Ci aspetta il lago di Como e poi Milano. Eddie insiste perché chiami la Casa del Fascio nell’impresa impossibile di visitarla sotto le feste. Temo già la sua delusione, penso che avrei dovuto fare di più per realizzare questo suo sogno. Come previsto ci dicono che non è possibile. Mio padre esplode in una sequenza di “‘sti piezz’, prendi il tablet, prendi il telefonino, l’amico mio, perché non me lo hai detto”, mentre speriamo non si sfoghi su altri autisti. Seguo le istruzioni alla lettera e in mezz’ora abbiamo un’email di conferma, possiamo visitare la casa del Fascio in mattinata, e di non dimenticare i passaporti. Eddie è euforico. Penso a tutte le volte che i miei hanno deviato i loro percorsi per portarmi a vedere architetture sperdute, bizzarre e incomprensibili. La volta che mi hanno portato a vedere la casa di Wittgenstein sulla via di Budapest, dopo il liceo. La volta che si sono persi nella campagna veneta per portarci al cimitero Brion. Adesso Terragni. Ripenso a quei pellegrinaggi, mentre stringo la mano liscia di mia madre. 

Arriviamo a Como che non è ancora buio. Marco ci aspetta nel cortile del suo appartamento e ci fa strada, è eccentrico ma gentile. Apre la porta sul suo loft ed è sorprendentemente bello, mia madre è entusiasta, mio padre confuso dall’assenza di stanze, gira e rigira intorno alla valigia. Marco si prende in giro per le sue trovate architettoniche, piattaforme che salgono e scendono, vasche-stanza e bagni senza porte nel mezzo del soggiorno. Ci dice che lui è così, un po’ libertino, mentre ci indica le docce, due soffioni a cascata aperti sulla cucina. Niente separazioni. Tubi di luce scendono su pietre di vetro colorato, i suoi dipinti su cellophane sospesi. Alle finestre oggetti, alle pareti oggetti, sul pavimento oggetti. Fotografie, plastici, piante, cartoline, biglietti, libri, tazze, caffettiere, quaderni, vasi, giocattoli. Perché siamo qui solo due giorni, mi chiedo. Dalle finestre i tetti della città, compatta e accogliente. Marco dice che lui i comaschi non li ama e che lui non è di lì. Ci dice che si mangia male dappertutto e controvoglia ci consiglia qualche ristorante. È allegro, fa ridere i miei e questo fa felice me. Andiamo a mangiare in una trattoria toscana, ci siamo noi e poche altre coppie, la città è silenziosa ma calorosa. Le strade strette, le luci di Natale. È bello essere lì, noi quattro e del buon vino rosso, una minestra calda. Mia madre è subito brilla. Alla nostra salute.

Di mattina Como è uno splendore. Gente indaffarata per il cenone, mercati di Natale pieni di leccornie. Terragni ci aspetta, austero e perfetto. È lì, la Casa del Fascio, e nel vederla per la prima volta provo quello che provo sempre davanti al genio. Ti toglie il fiato. È viva, in tutta la sua presenza, come se non fosse passato un giorno. Mi chiedo come possa essere stata concepita tanto tempo fa, è migliore di tutto quello che produciamo adesso. Guardo quella facciata, e provo a trovare un’imperfezione. Plastica senza osare esserlo, ordinata, potente. Mio padre è ansioso di entrare, colleziona i nostri passaporti e si mette sull’attenti. Un giovane finanziere ci fa entrare, gentile e pieno di entusiasmo mentre ci racconta la storia di questo posto. Una storia importante, è strano essere lì e immaginarsela, su quei pavimenti e soffitti, su quelle pareti. Tutta l’altezza e la bassezza della natura umana vista da quelle mura. Il collega di mio padre ci raggiunge e ci porta in luoghi e stanze ancora più inaccessibili. Gli occhi di Edward si spalancano ad ogni nuova scoperta. È un privilegio essere qui, ne siamo consapevoli. Le scale di marmo nero, la ringhiera di vetro, i piani superiori, il tetto. Entriamo persino negli uffici che danno sulla facciata principale, sono tutti onorati del nostro entusiasmo. Ci fanno uscire sulla facciata, quella facciata straordinaria. Davanti a noi Como. Grazie, grazie di cuore. Avete fatto felici questi ragazzi, non lo saprete mai quanto li avete fatti felici. 

Mia sorella e Fabio in viaggio da Roma in treno, ci raggiungono la sera. Anche noi ci prepariamo al cenone come la gente del posto, compriamo formaggi, salami, dolci. Del vino caldo e frittelle per combattere il freddo. Tortellini fatti a mano. Prepariamo un cenone semplice, ma siamo felici, la casa e la compagnia. I giovani decidono di andare a vedere i fuochi sul lago, i grandi sono felici al caldo della stufa di Marco. Ci facciamo gli auguri adesso allora. Sì, apri lo spumante papà. Buon anno, buon anno. Un anno cominciato insieme. Sarà un buon anno.

Agli argini del lago c’è una rumorosa folla in attesa. È buio se si guarda l’acqua, alle nostre spalle la luce di un palco dove si fa frastuono. Aspettiamo con ansia, molleggiando al freddo. All’improvviso il palco si ammutolisce e comincia una musica classica nota, lenta e ampia. Cominciano i fuochi. Nel buio, sull’acqua e sui colli, piccole esplosioni luminose rispondono ai fuochi dominanti. Si sollevano alti, scendono solenni come a volersi fare ammirare. Una cosa così semplice, che fa ancora tremare il cuore. Sul lago nero il riflesso vibra, le scintille colorate si toccano sulla linea nera, si spengono l’una dentro l’altra. È bellissimo. Siamo tutti in silenzio per quanto è bello. Quando finisce ci guardiamo stupefatti. Non molleggiamo più, è passato anche il freddo. Ci stringiamo allegri e ci auguriamo buon anno ancora una volta, prima di andare via.

Oggi il lago. Partenza Como, destinazione Bellagio. Il cielo non è plumbeo come lo è stato finora, si intravede un po’ di luce anche se è ancora presto per dirlo. Aspettiamo di partire in piazza, i mercatini sono già aperti e ci concediamo qualche altra indulgenza culinaria. È vacanza, ci diciamo. L’aliscafo arriva ed è agile e rapido, Eddie e Fabio vanno a trovare i posti migliori mentre noi facciamo in modo di controllare papà, che non si infastidisca con la folla prepotente. Ci sediamo dentro per ora, vicino ai finestrini. L’aliscafo si muove veloce, indifferente alla bellezza che gli sta intorno. La vede tutti i giorni. Sul lago, mentre avanziamo tra le falde ancora in ombra, c’è una calma sospesa, immobile. Gli argini si ergono più maestosi di come li avevo immaginati, tra la nebbia ancora densa e i raggi di un sole luminoso che comincia ad alzarsi. Ci guardiamo intorno con stupore. Meraviglia. Paesi ai piedi dei monti, compatti e fermi nel tempo. Ville, chiese, torri, campanili. Lo puoi sentire, Manzoni. Puoi immaginare cosa abbia provato. Quel senso di immensità. Usciamo all’aperto, dalla cornice delle porte solo nebbia. Se ci si sporge si può vedere di più, sentire il sole, il vento, la calma. Scendiamo a Bellagio, un piccolo paradiso di colori e palme nel mezzo di questi monti, fantastichiamo di una vita più semplice, fatta di nient’altro che bellezza e viste che ti tolgono il fiato. Quando rientriamo a Como è sera, una sera dorata. Ho il cuore pieno, colmo di tutta la bellezza vista. Felice all’idea di aver cominciato un anno così.

Quando arriviamo a Milano piove, una pioggia sottile e fredda. Ci aspetta un appartamentino in pieno centro, in una via tranquilla di pietra e tram. Siamo all’ultimo piano, ci si arriva con un ascensore a forma di tomba in cui nessuno ha il coraggio di entrare a parte le valigie. Le scale gli girano intorno, aperte sui cortili. Mi ricorda Budapest e i bei tempi passati lì. Il grigiore, il freddo e l’eleganza. La porta della nostra dimora da su un ballatoio stretto in mezzo ai tetti. O potrebbe essere Parigi. È bellissimo qui. Un’ora dopo siamo già a mangiare, nella pizzeria più vicina alla nostra nuova casa perché fa troppo freddo per trovare il posto perfetto. Siamo felici di essere qui, grati di avere ancora qualche giorno senza separazioni. È il compleanno di mamma, che ad ogni compleanno sembra ringiovanire un po’. Noi donne ci divertiamo a fare foto mentre gli uomini cercano notizie senza un chiaro motivo sui loro telefonini. Giocano, come dice mia madre. Programmiamo il da farsi per i prossimi giorni, al caldo e al profumo del forno a legna del ristorante. 

Decidiamo di visitare la fondazione Prada, perché è già tardi, è grigio ed è in una zona sperduta, tanto vale togliersi il pensiero subito. I giovani sono convinti che ne valga la pena, gli adulti meno, soprattutto quando per arrivarci superiamo quartieri dimenticati da Dio, marciapiedi rotti e immondizie abbandonate. Di buono c’è che il degrado esiste anche qui a Milano, per noi del Sud è un sollievo. Finalmente arriviamo, tra l’euforia dei giovani e la perplessità degli adulti. Le prime stanze ce le facciamo in silenzio, nessuno sa bene cosa pensare. Succede che arriviamo ad un’opera bizzarra ma a cui si può dare un senso, una narrazione, ci riporta un po’ di entusiasmo. Giusto il tempo di arrivare a Durst. Per un attimo il cuore, il mio, si ferma. È una visione feroce, mi strappa qualcosa dentro. “A me piacciono i pesci,” fa mia madre. A me piacciono i pesci.

Torniamo al centro, è tardi e fa sempre più freddo ma perché aspettare domani per vedere il duomo e la galleria. Siamo qui, siamo insieme. È tutta una luce, c’è ancora aria di festa, gente dappertutto. Andiamo in libreria, uno dei luoghi che mi manca di più del non essere in Italia. Mi mancano le edizioni Einaudi, le parole scritte in italiano. Voglio comprare i Promessi Sposi, voglio iniziare a rileggerlo qui. Con la brezza di questi posti ancora sulla pelle.

Il programma di oggi non ci darà tregua. Dal Duomo a Sant’Ambrogio passando per il Museo del Novecento, la mostra di Vivian Meir, Brera, la Pinacoteca, il castello e Porta Garibaldi. Il nostro ultimo giorno insieme. È grigio, piovoso, fa un freddo umido che ti entra nelle ossa, ma la città è bella. Elegante, distinta. Un posto dove potrei vivere, l’ho sempre pensato, lo penso ancora, di nuovo qui dopo tanti anni, dopo una vita intera. Penso che è sempre un mistero il modo in cui alcune cose entrano a far parte di noi, della nostra immaginazione, della nostra memoria emotiva. Senza connessioni apparenti. Perché proprio queste città, plumbee e malinconiche, mi parlano. Qui tutto sembra familiare. Mi sembra di conoscere queste strade ampie da sempre, i palazzi imponenti, le storie che ci sono dentro. Non sono pronta a lasciarle andare.

Su Sant’Ambrogio sta calando la notte, ma è una di quelle notti accese, un blu elettrico sui caldi toni della muratura. Un bagliore giallo sotto le arcate. Non c’è quasi nessuno. È talmente silenzioso che smettiamo di parlare. Di nuovo, quella mancanza di fiato alla presenza di tanta perfezione. Mi costringe a rallentare. A fermarmi, a meditare. A chiedermi dove siamo finiti. Quando abbiamo smesso di farci domande, di cercare. Di sentirci imperfetti. Parlami, proteggimi. Domani e sempre.

Apro gli occhi sui tetti di terracotta di Milano. Il cielo è ancora plumbeo, di un grigio chiaro che mi ricorda il sogno di quella notte, sogno di un falco ferito, il rosso acceso del sangue sulle piume. Le ansie della partenza, del volo, le ansie del distacco. Ho imparato a riconoscerle, a cercare di non farmi sopraffare. È molto presto, ma le mattine delle partenze non si può dormire, non si può fare nulla. Un caffè, un biscotto, papà che si distrae con i bagagli. Comincio a respirare profondamente. In mezz’ora siamo pronti a partire, io e Eddie prenderemo un taxi mentre il resto della famiglia si preparerà con calma per il lungo viaggio che li aspetta. Papà scenderà in strada con noi, è già pronto. Ci abbracciamo, piangiamo, ci diciamo quanto è stata bella questa piccola avventura insieme, che ci vogliamo bene, tutti stretti davanti alla porta. Io e Eddie usciamo sul piccolo ballatoio, papà è già sparito giù per le scale, Eddie lo segue. Mi giro a salutare ancora una volta. La testa minuta di mia madre sporge dalla porta, è ancora in vestaglia. Ciao mamma, ciao. A presto.

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