Italia, Parte Seconda.

by btp80

L’autostrada del sole. Mia sorella sta scegliendo la musica mentre noi scattiamo fotografie dai finestrini in corsa. C’è ancora nebbia, fitta, i raggi della tarda mattina la trafiggono. Stiamo pensando di fermarci a mangiare in qualche paesino dell’entroterra, perché siamo in Italia, e mangiare un panino per strada è uno spreco dice Fabio. Troviamo un posticino a Cassino. Ci sistemano al secondo piano, vicino ad una portafinestra, un buon odore di cucina e il tepore. Doveva essere l’appartamento di qualcuno un tempo, si percepisce ancora ma senza nostalgia. I camerieri, i cuochi, sono tutti giovani qui e vogliono andare avanti. Ordiniamo piatti rustici come se non avessimo mangiato per giorni. Brindiamo, ad ogni attimo condiviso. Quando ci rimettiamo in strada il sole sta già calando dietro i monti. I raggi si alzano, tagli lunghissimi tra le falde scure. 

Nella villa Tutino di Via Marcandreola mia madre è indaffarata a preparare crostate per gli amici storici, saranno tutti lì quella sera, a festeggiare Eddie, a festeggiare noi. Mia madre non ama cucinare, ormai è una leggenda, eppure ci mette tanto di quel cuore. E sono buone, sono buonissime le sue crostate. C’è la pizza, quella al taglio che in America non fa nessuno, rossa, con le patate, con le zucchine. Il cibo italiano non mi manca mai, è mangiarlo a casa Tutino che mi manca, con i piatti di plastica e i bicchieri di plastica, mentre rido, a ricordare di tutto, di tutta la mia vita. No, non è il cibo, non lo è mai stato. Li guardo, tutti quei volti, come se non fosse per poche ore soltanto. Eddie guarda la sua squadra di football al computer, mentre c’è chi gli parla in italiano comunque. Hanno imparato a comunicare così. Una serata di sguardi. O forse è così per me. Penso a quanto li amo, tutti, per esserci stati sempre, per esserci anche quella sera, anche per pochi momenti. Quando provo a dire qualcosa all’amica di una vita, le emozioni dell’anno appena passato mi spezzano la voce, ma lei sa, ha sempre saputo. Ci attardiamo a salutarci per le scale e poi alla porta. Gli infiniti saluti italiani. L’Acquacetosa è un silenzio di macchine che corrono sui dossi veloci e cani disperati in lontananza, e adesso noi, i nostri saluti sulla porta. Buonanotte amici cari, buonanotte. 
Arriviamo sul Pincio al tramonto, un limpido tramonto di Dicembre. Le cupole fluttuano tra il rosato, l’oro e l’indaco del cielo. Ripenso alle parole della dottoressa. È un dolore. La stessa penombra dell’ultima visita. Il nostro dolore, ma sono pronta a lasciarlo andare. Passiamo tutto il tempo che c’è ad ammirare. Non c’è una città più bella al mondo, non riesco ad immaginarla. Intravedo lei da lontano tra la folla. Aspetto prima di salutarla, mi piace osservarla mentre non sa che sono lì. Come è lei nella sua vita, in mezzo agl’altri, quando io non ci sono. Lei, la mia lei, da una vita. È un bene che non siamo sole, è un bene che saremo costrette ad un saluto veloce. Abbiamo imparato che è un bene. La guardo ancora una volta mentre ci avviamo al treno, che agita le mani, intrattiene la folla, fa ridere tutti. Le auguro di star bene, di essere felice sempre. A presto amore mio.

A casa di mia sorella e Fabio è tutto pronto. Sono indaffarati, mentre si muovono nella loro quotidianità con disinvoltura e complicità. Una semplice visione che mi fa pensare a quanto sia progredita la nostra vita, da quando in quella casa erano i nostri genitori a preparare cene e noi eravamo sdraiate sul pavimento freddo della cameretta a giocare. Tu, amica mia, sei già lì, bella come sempre, pronta ad abbracciarmi. Tutto un anno di emozioni condivise a distanza in uno sguardo, in un abbraccio, in uno scambio di regali e di biglietti. Una serata come se niente fosse cambiato, come se dopo un anno di impegni e responsabilità, tre coppie di amici avessero finalmente trovato il tempo di sedersi a tavola insieme. I miracoli di una vita a distanza, potersi ritrovare ancora così. Penso che sono felice, felice di vederli felici, uniti. Di sapere che sono parte della mia vita. Che sono la mia vita.

A Ponte Milvio c’è una luce oro sottile che sembra illuminare fino a dove arriva la vista. È mattinata tarda e sembra ancora l’alba. Fabio ci tiene a farci mangiare una delle sue specialità preferite, trapezzino e supplì. Smettere di mangiare adesso non avrebbe senso, ci diciamo, ci ripromettiamo di cominciare diete dopo le feste, come ogni anno. Fabio aveva ragione, sono deliziosi e nessuno si sente in colpa per questa seconda colazione, ci pentiamo solo di non averne presi di più. Ci rimettiamo in macchina. Il lungotevere brilla di una luce quasi autunnale, calda e lenta. È ancora presto per il caos della città. Fabio e mia sorella hanno pensato a tutto, prima andremo a vedere la mostra di Tissot, poi ci aspetta il percorso Hammam di Acqua Madre, poi gallerie d’arte e birra artigianale. Tra le tappe, Roma. I vicoli, il calore. La facciata del Cortona che si apre tra i palazzi. Il chiostro del Bramante che si slega perfetto al suo interno. Non c’è modo di abituarsi a tanta bellezza. È questo che mi manca, la bellezza di Roma. Un orgoglio commosso mi smuove al pensiero che è da qui che vengo, che è qui che continuerò a tornare, che questa bellezza non mi verrà mai negata, che mi sarà sempre familiare. La mostra di Tissot è un percorso buio di pugni di luce e di colore. Nessuno di noi lo conosceva abbastanza da aspettarsi che sarebbe stato tanto piacevole. Mia sorella fa la matta, si inventa storie su ogni donna ritratta, mi fa ridere, di cuore come sempre. Penso che a Tissot Alessandra sarebbe piaciuta, immagino i bei quadri che avrebbe fatto di lei. Andiamo via soddisfatti, un caffè marocchino prima di andare via. Il percorso Hammam è in un antico palazzetto al ghetto, dentro tutto profuma di buono, si parla sottovoce su un sottofondo di arpe. Ci cambiamo, mia sorella è allegra e mi spiega come funziona tutto, io la osservo e la imito, come ho fatto negli ultimi 36 anni della mia vita. Prima di entrare ci fanno aspettare in una silenziosa corte interna, stendere e rilassare. Penso che dovrei passare molto più tempo così, penso al valore di fermarsi, di rimanere in silenzio, senza fare nulla, nemmeno parlare. Una volta entrati continuiamo a non parlare, si respirano gli odori di zolfo e umidità. Il sottoterra sembra di autentica costruzione romana, in costume e asciugamano sembriamo autentici romani anche noi. Ci spiegano come funziona, ci bagnano con secchi di acqua calda e saponi oleosi. Mia sorella è subito a suo agio, anche Eddie. Io e Fabio ci sdraiamo. Il percorso si districa tra la stanza principale, e una sauna più piccola dove si può resistere solo per pochi minuti. Ripetiamo il rituale in silenzio. Alla fine un massaggio, una doccia e un’ultima vasca fresca. Usciamo da quel breve viaggio in un’altra dimensione molli e felici. Si è fatto buio tra le strade di Roma, le luci di appartamenti e bar ad illuminare la strada. Ci imbuchiamo in qualche galleria d’arte fantasticando su cosa ci piacerebbe comprare. Arriviamo alla birreria artigianale. Adesso bere sembra un’idea pericolosa, almeno uno di noi deve rimanere sveglio e guidarci fino a Ciampino. Ma Fabio non si tira indietro, non lo fa mai. La birreria è piena di gente e di birre, ricoprono tutta una parete, illuminate al neon. Ci sistemano in un bel tavolino intimo, c’è un’atmosfera piena di vita. Io e mia sorella ridiamo tra di noi perché il cameriere che ci serve è un bellissimo ragazzo. Un bel ragazzo romano. Ordiniamo da mangiare anche se a casa mia madre aveva cucinato diligente, un sughetto semplice. Ma siamo qui, come non mangiare? Mangiamo, beviamo, ridiamo. È stata una giornata perfetta. Perfetta. Alla nostra.  

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